Mercoledi' 29 Marzo 2006
Devo aver pestato una merda.
Dovunque vado mi porto dietro un odore di merda.
Il problema e' che le scarpe sono di quel tipo moderno con le molle, e sotto
le molle la merda si nasconde a meraviglia.
Ci metto mezz'ora a pulirle sotto un getto di acqua calda e usando un bastoncino.
A parte questa premessa inutile sulla merda e sulla sua capacita' di nascondersi
mi viene in mente cosa ha detto ieri una ragazzina di sedici anni mentre fancazzeggiava
in negozio.
Stavo ascoltando Mozart: lei, sbattuta sul divano, aria da fattona menefreghista,
mi guarda e dice: Cos'è sta musica di merda?
Cazzo e' Mozart.
Fa cagare. Dice biascicando le parole come se fosse costretta a dire una banalita'.
Bene.
E dove cazzo le hanno insegnato che Mozart fa schifo?
Alla scuola pubblica.
Bene. Ieri sera a Ballaro' il Bertinotti spiegava come fosse necessario augurarsi
che i giovani vadano alla scuola pubblica, l'unica scuola che garantisce un
educazione super partes e culturalmente avanzata.
Bene ho approfondito, oltre al fatto che Mozart fa della musica di merda cos'altro
ti hanno insegnato?
la risposta e' soave come una sinfonia concertante oboe.
Mi hanno insegnato che Berlusconi e' un mafioso.
Che l'aereo caduto dopo il dirottamento sul pentagono in realtà non
era stato dirottato e non e' mai caduto.
Sul pentagono, le hanno insegnato a scuola, e' caduto un missile che i militari
americani hanno laciato su se stessi. (FUBBIIIII)
E poi cos'altro ti hanno insegnato?
Mi hanno insegnato che gli ebrei sono stronzi e i palestinesi vittime, che
il mondo e' pieno di fascisti, che il comunismo reale e' diverso da tuttti
i comunismi irreali che si sono sviluppati nel mondo.
E cos'altro?
Beh, mi hanno insegnato che i poliziotti sono delle merde, che i carabinieri
sono dei bastardi, che i poveri sono poveri perche' esistono i ricchi, di
conseguenza i ricchi sono ricchi perchè esistono i poveri.
A questo punto la fermo.
Mozart suona in sottofondo.
Lei mi riguarda, e ripete: Sta musica fa proprio schifo.
"Capisco." le rispondo, "Questa musica fa schifo e voi giovani
cambierete il mondo."
"Esatto." Dice.
E siamo tutti felici.
Venerdi' 10 Marzo 2006
Tre minuti alle 19 e trenta.
Stavo pensando alla serata.
Stavo pensando che fra poco fumero' la mia sigaretta serale, quella che aspetto
tutto il giorno.
Pensavo anche che devo dare da mangiare a Jack.
Poi cercavo di capire cosa danno alla televisione.
Dio, come cazzo cambia la vita.
O meglio come te la fanno cambiare.
Per questo non credo all'amore, non almeno all'idea comune che si ha dell'amore.
Basta pensare al mio telefono muto, dio sa quante volte suonava ai tempi in
cui il faccione di merda appariva in televisione.
Pensavo a questo non per autocommiserarmi, anzi sto meglio ora, perchè
ora sto bene col Prussia.
Ci pensavo perchè ha una sua bellezza il prendere consapevolezza dell'ipocrisia
legata agli esseri umani.
Accade che quando si parla di sentimenti io faccia la figura del cinico, dello
stronzo e del superficiale.
Accade che di fronte al racconto di un amore perfetto io faccia una smorfia.
Accade ma non perchè sono reazioni involontarie, anzi, sono reazioni
nate col tempo e consolidate con la volontà di non cedere alla tentazione
della truffa.
E il resistere alla truffa da una soddisfazione che non porta alla felicità,
ma quasi.
Mercoledi 22 Febbraio 2006
La poetica del perdente merita un approfondimento.
Conosco e vedo troppi esseri umani che si avvalgono di questa "poetica"
per giustificare la loro voglia di non fare un cazzo.
Insomma la sindrome del Lebowski contagia parecchie persone.
Lebowski è chiaramente uno sfigato ma ha dalla sua il fatto di essere
il protagonista di un grande film e di unire al suo scazzo la capacità
di non rompere i coglioni a nessuno con filosofie o ideologie varie.
I perdenti "poetici" con cui mi scontro sono altra cosa.
Partendo dal presupposto che la poetica del perdente presuppone il tentativo
di farcela, insomma è poetico solo un perdente che ce l'ha messa tutta.

Per questo la caduta della Kostner racchiude molta piu' poesia di qualsiasi
immagine di trionfo.
C'è una spiegazione, il trionfo è il sogno che continua, la
caduta e' la presa di consapevolezza.
La caduta è il risveglio.
E la poesia altro non deve essere che un risveglio dell'anima di fronte alle
illusioni.
Mi fanno cagare le poetiche amorose, i versi sdolcinati, il tentativo di dolcificare
la realtà con i versi.
La poesia vera è cruda e spiega in tre parole cio' che non si capisce,
o meglio non si vuole capire in mille discorsi.
Tornando ai perdenti petici che invadono la nostra vita mi tocca constatare
che sono perdenti, ma tutt'altro che poetici.
Sono coloro che si sono arresi prima di cominciare a combattere.
Sono i calabraghe, quelli che vedendo l'avversario avanti di qualche lunghezza
preferiscono sedersi, imbracciare una birra, impugnare uno spinello ed affrontare
la competizione della vita da spettatori.
Tutto perfetto:
Tutto lecito se non fosse che per quel sorriso beffardo e stupido che hanno
stampato in viso.
Un sorrisetto patetico di quello che guarda e non partecipa, ma da consigli.
Quello che piu' mi fa girare i coglioni e' che queste merde che osservano
si sono creati un personaggio che piace.
Piace alle fighe rincoglionite che vedono in questo scazzo il coraggio della
rinuncia, fondamentalmente alla donna piace essere presa a calci nel culo.
Un uomo che prenda a calci nel culo la vita è probabile che prenda
a calci nel culo anche una figa.
Per questo hanno successo.
A loro non frega un cazzo di nulla, alle donne piacciono le battaglie impossibili,
piace l'idea che questi menefreghisti possano almeno interessarsi a loro.
E se cio' dovesse accadere verrebbero scaricati subito.
Non c'è essere umano piu' patetico di uno scoglionato che si innamora
Boh, la mia è una battaglia persa in partenza, ma quanto sarebbe figo
se le donne cominciassero ad apprezzare la disciplina.
Disciplina nello sport, nel lavoro, nel cercare di realizzare obiettivi che
rendano una vita piu' piacevole e libera.
Quanto sarebbe bello se il tossico venisse privato di quell'alone di perdente
poetico, quanto sarebbe giusto se al fancazzista venisse detto che nulla puo'
ereditare dal paparino e che nessuna giustificazione poetica puo' ereditare
da una tradizione sinistroide che esalta il muscolo fiacco.
Purtroppo non accadrà.
Pochi vedranno poesia nella caduta di un atleta che ce l'aveva messa tutta,
la massa continuerà a vedere poesia negli sconfitti dal nulla, nei
perdenti che non hanno giocato nessuna partita, la massa del resto deve identificarsi.
Ed è piu' facile identificarsi con un coglione che con un uomo o una
donna che con disciplina costante si allenano per essere in forma ed essere
preparati per questa competizione perenne chiamata vita.
Martedi' 21 Febbraio 2006
Nulla di nuovo, tranne l'affitto per me.
Tranne un coglione ubriaco che entra in negozio dice che ha sette figli, che
fuma un sacco di canne e che ogni tanto tromba.
Si regge a mala pena in piedi.
Lo guardo.
Gli dico: E a me che cazzo me ne frega.
Lui esce e se ne va.
Che palle.
Questi coglioni ubriachi o fattoni.
No, la poesia del perdente non mi affascina piu'.
Anzi mi fa proprio girare i coglioni.
Il perdente è poetico se dietro la sconfitta c'è del tempo perso,
dell'esercizio, comunque una volontà di provarci e provarci al massimo.
Il perdente per natura, quello che manco ci prova, mi fa cagare.
Cioè mi procura un senso di fastidio che a parole è difficile
spiegare.
Immaginate la cosa piu' inutile che vi viene in mente, immaginate la cosa
piu' fastidiosa che vi viene in mente.
Mettete assieme le due cose ed avrete un perditempo coglione, che guardandosi
allo specchio strafatto crede di vedere uno sconfitto.
Troppo facile, per essere sconfitti bisogna scendere in campo.
Loro non sono sconfitti, sono semplicemente inutili e fastidiosi come l'odore
di sporco che si portano dietro.
13 Febbraio 2005
Lettera a una ragazza che non mi caga
Quando comincio a contraddirmi significa che sono proprio nella merda.
Nel senso che il coinvolgimento non mi permette di essere coerente.
Ma tranquilla il coinvolgimento non riguarda solo la persona capace di farmi
sbarellare, è qualcosa che va al di là, e’ una specie
di illusione in cui mi intestardisco, come se fosse necessario sostenere il
contrario dell’evidenza.
Credo dipenda da un difetto congenito, cioè la volonta di stravolgere
i piani, il desiderio che le cose siano in maniera diversa da come appaiono,
il sogno che il sogno continui dopo il suono della sveglia.
Gran difetto.
Gran pregio.
Dipende dai punti di vista.
Ma al di là della sua definizione positiva o negativa il risultato
non cambia.
E’ un utopia.
E in questa utopia vengono coinvolti svariati personaggi, compresa tu.
Ieri sera quando parlavamo al telefono mi sentivo in trappola.
Una cavia da laboratorio che cercava di acquistare una dignità da dottore.
No, non è per fare la vittima.
Mi vedo cavia semplicemente perché la libertà di movimento che
ho in questa storia è delimitata come la gabbia in cui si muove una
cavia.
Movimenti precisi, azioni e reazioni, il tutto per vedere se l’esperimento
riesce o è un fallimento.
Ma anche una cavia ha una sua dignità.
Lo so che a vederla cosi’ fa solo pena.
Il destino segnato non le permette di sorprenderci.
A meno che….
A meno che non decida di suicidarsi andando a sbattere la testa contro il
vetro.
Beh. Ieri sera ho fatto piu’ o meno cosi’.
Nulla di tragico si intende.
Il suicidio è solo metaforico, anche un po’ patetico.
All’ultimo momento la cavia ci ha ripensato, ma ormai aveva preso troppa
rincorsa e…crash….
Ma la vita è un esperimento continuo.
Ed oggi, con il sole alto, ripensare alle tue parole…al mal di pancia….al
“non ce la posso fare”…..al “ho visto te e non ho
visto i miei amici del cuore”…..al “ti comporti come se
fossi il mio fidanzato”….ad altre frasi riconducibili alla tua
richiesta di “disimpegno” mi viene da sorridere.
E’ vero, io corro troppo, del resto te l’ho già scritto,
per spaccarsi la testa bisogna acquistare una certa velocità.
Ma tu, cazzo, tu sei un ABS vivente, un sistema elettronico capace di evitare
sbandate, ancor di piu’, capace di non concepirle nemmeno negli altri.
Il problema, che poi non è un problema, è che io ho bisogno
di credere….di crederci….cioè mi devo creare l’idea
che qualcosa di magico si possa realizzare.
E’ strano perché è un sogno lucido, ne conosco i confini
e la follia, ma mi diverto a viverlo come se fosse vero.
A Disneyland non mi pongo il problema di chi sia l’uomo che anima il
pupazzo di Paperino, io credo che sia veramente Paperino.
E torno a casa con la mia illusione.
Un po’ imbecille, ma con un sorriso ebete stampato in faccia che mi
piace.
Tu sei la tipa che prende un bambino in disparte per dirgli che Babbo Natale
non esiste, probabilmente hai sofferto troppo per aver creduto a qualche favola
impossibile.
Io ho sofferto del contrario. Cioè per non averci creduto.
La differenza è piccola ma sostanziale.
Beh….
Tutto qui.
UN bacio.
Guido Prussia