Bianco, con questa merda di trucco che mi spacca la pelle e le palle.
Una statua della libertà immobile nel centro di Milano.
Con i bambini che mi tirano l'orlo del vestito, i genitori che dicono ai figli: "Dagli cento lire, dai, dagli cento lire e vedrai che si muove."

Ma io per cento lire con il cazzo che mi muovo, sto immobile e guardo la faccia delusa di padri e figli.
Lo so che stare immobili è la cosa peggiore, ma un pò di dignità ce la devo avere, altrimenti non avrei scelto la statua della libertà come travestimento.

So cosa si chiede la gente.
"Ma come fa a stare così fermo."
Ed allora mi guardano gli occhi per vedere se sbatto le palpebre.
Ed io le sbatto, anche se potrei non sbatterle, le sbatto, devono sapere che c'è un essere umano su questo piedistallo.
Magari si rendono conto che ho fame ed invece di darmi cento lire me ne danno diecimila.

Riesco a non pensare. Dimentico me stesso e tutto ciò che è attaccato a me stesso.
Fisso quella statua sul Duomo, quella specie di drago, folletto o chissa che cosa.
Il duomo, ma come avranno fatto a costruirlo.
Non ci credo che sia opera dell'uomo, uomo dello stesso genere di quelli che mi passano davanti tutto il pomeriggio.
Se non mi danno prove io non ci credo.

Questa bambina è bellissima, dolcissima, e non mi tira il vestito.
Mi fissa con uno sguardo così bello che mi muovo anche gratis.
Mi muovo e sorrido, uno strappo alla regola, la statua della libertà non sorride, ma per questa bambina sorrido con gli occhi, con le labbra e con l'anima.

Shopping.
Sono tutti in giro a comprare o a far finta di comprare.
L'entrata della Rinascente inghiotte migliaia di persone.
Anch'io vorrei comprare qualsiasi cosa, le più inutili, diceva mio padre:" Del necessario ne possiamo fare a meno, è del superfluo che non possiamo assolutamente privarci."
Non era una frase sua, l'aveva letta da qualche parte, per Lui è stata una regola.
Per me un sogno.
Io divido il suono delle monete in panini imbottiti.
I panini meravigliosi del panino giusto, quattro centimetri di prosciutto, formaggio e salsa piccante.

La bambina dagli occhi dolci continua a fissarmi, sono imbarazzato, la mamma cerca di portarla via ma Lei non se ne vuole andare. Mi fissa negli occhi.
Cosa sta vedendo?
Cosa ha visto sotto il trucco.
Ha visto me, il mio passato, i miei sogni, la mia famiglia, le mie fughe, la sopravvivenza.
Ha visto una delle innumerevoli possibilità a cui va incontro l'uomo.
Ha visto l'anima della statua, ed era convinta fino ad oggi che le statue non avessero anima.
Bambina vai via. Ti prego.
Non guardarmi troppo. Non entrarmi dentro. Non struccarmi. Fuggo da me stesso. Non riportarmi indietro.
Meno male e peccato.
Non c'è più, trascinata via per un braccio dalla mamma.

Chi l'avrebbe detto.
Si formulano possibilità per il proprio futuro, e nonostante i bruciori di stomaco, le gastriti, ed il nervosismo ero convinto ce l'avrei fatta ad azzeccare un affare.
Bastava che mi andasse bene una sola volta ed era fatta.
Una sola delle molte volte che mi sono giocato il futuro puntando su un progetto, un idea.
La gente dice che sono una persona geniale ma incapace di gestire le mie possibilità.
Non ho mia capito cosa volesse dire, ma qualcosa deve pur dire se oggi mi ritrovo quà.

Il tempo. Chi sa realmente cosè il tempo.
Ne ho sentite troppe di storie riguardo a questo argomento.
Ed il tempo era l'unica cosa di cui avevo veramente paura prima di cominciare questo lavoro.
Scorre sulla pelle come una goccia d'acqua, dalla testa ai piedi, percorrendo strade imprevedibili, un fastidio leggero, il senso di qualcosa addosso che non si può rimuovere.
Una carezza fastidiosa che è impossibile non sentire.
Su questo piedistallo non si fugge.
Il tempo mi stringe le caviglie dei piedi, è il freddo del metallo attorno ai polsi, è qualcosa che passa che sembra non passare mai.
Un controsenso in cui è facile sprofondare, affogare, perdersi.
Ed allora guardo. Tutto ciò che si muove, tutto ciò che può essere guardato.
Il tempo crudelmente uccide, ancor più ferocemente ti fa sopravvivere.

 

Ancora quà, menomale che oggi c'è il sole.
Devo trovare un altra posizione per le braccia, tenendole in basso mi si gonfiano le mani, tenendole in alto si stancano e mi vengono le formiche.
Cecilia non lo saprà mai, come potrebbe capire la mia sconfitta, Lei che pensava che ce l'avrei fatta, non avrei il coraggio di dirglielo.
Certo potrei spiegarle che le regole non esistono, che mi hanno fregato, che mi sono fidato e me l'hanno messa nel culo, sono sicuro che questo lo capirebbe, ma poi come sopportare il suo sguardo su questo ridicolo umano che si fa statua per vivere.
Mi ricordo di quando siamo corsi da Los Angeles a Pam Springs per andare incontro a Jerome, il nostro cane.
Era stato il destino a portarci da lui, una foto sul libro, un annuncio su un giornale, l'ultimo giorno in California, tre ore di macchina e l'allevamento che ci avrebbe aspettato solo per tre ore.
Jerome.
Ora