Le automobili di Paperopoli vanno ad una velocità ridotta. Si fermano tutte davanti alle strisce pedonali, ed i guidatori sorridono gentilmente a tutti i passanti che attraversano la strada. In fondo alla via principale c’è una collina e sulla collina un palazzo di metallo enorme.
E’ la casa di Zio Paperone.
La cosa che mi piace di piu’ di questo posto sono i colori.
Poi ci sono gli scoiattoli che corrono su è giu’ dagli alberi, uccelli che sembrano rondini grosse come colombe, tutti di un colore bianco cenere, e poi case tutte uguali con giardino ed amaca sospesa tra due alberi sempreverdi.
-Abbiamo poco tempo.-
-Non mi ricordo dove sia quella casa.-
-Quale?-
-Quella dove abita Paperino, tutte le case sono uguali e non so come trovare quella giusta.-
-Prova a entrare nella prima casa che incontri ed avvicinati alla finestra.-
Attraverso il cancello della prima casa che trovo sulla mia destra, attraverso il giardino perfettamente curato, mi avvicino alla finestra e guardo dentro.
C’è Paperino seduto sul suo divano che guarda la televisione. Ritorno verso la strada. Zoe si è seduta su una panchina, guarda davanti a se un panorama dai colori troppo veri per essere vero.
-Come facevi a saperlo?-
-Tutte le case sono uguali, perché tutte le case rappresentano una sola casa, quella di Paperino. Non bisogna mai credere ai sogni, hanno il potere di minimizzare la realtà, di spremerla, e non ti rimane che il succo dei tuoi desideri o delle tue paure.-
-Sto solo ricordando qualcosa che non è mai avvenuto.-
-Perfetta definizione per la fantasia.-
-E se fosse tutto un sogno. Se ogni cosa che ho fatto, se ogni esperienza che ho vissuto fosse solo un sogno?-
-Purtroppo, o per fortuna, non è cosi’.-
-Non ne sono piu’ sicuro.-
-Il re del rock’n’roll ne è la prova.-
-Elvis?-
-Ti ricordi quella villa a Memphis?-
-Casa sua?-
-Ci sei stato?-
-Si, o almeno credo.-
-Vuoi andarci?-
-Si.-
La coerenza nelle contraddizioni è la prova dell’esistenza di una realtà alternativa al sogno.
Attraverso una periferia fatta di baracche e sporcizia, con la povertà scritta sulla faccia dei suoi abitanti che seduti sul gradino del marciapiede aspettano che accada qualcosa. Senza sapere veramente cosa sia questo maledetto “qualcosa”. Poi in fondo al viale cominciano ad apparire alberi altissimi, un parco che crea una dissolvenza incrociata fra la disperazione e il successo. Quando la dissolvenza termina sulla sinistra appare una villa meravigliosa. La casa di Elvis Presley. Di fronte, dall’altra parte della strada c’è, parcheggiato in eterno , il suo aereo personale. Zoe mi segue, poi improvvisamente non la vedo piu’. Ho appena attraversato il cancello che porta verso l’entrata. Dov’è Zoe? Torno indietro, torno sulla strada e la vedo leggere migliaia di scritte sul muro che circonda la proprietà.
Il mito è al sicuro dalle confutazioni, poiché, in fondo è identico alle convinzioni di un gruppo, espresse in linguaggio dinamico.
G. Sorel
-L’amore non basta.-
-Cosa stai leggendo?-
-Guarda su questo muro. Ci sono migliaia e migliaia di messaggi lasciati da tutti i fans di Elvis. Un esplosione d’amore immotivato che non è servito a nulla.-
-Non si puo’ mai sapere cosa si nasconde nell’anima di una persona.-
-Ma Lui lo sapeva cosa si nascondeva nella sua anima. Lui sapeva perfettamente cosa lo portava ad imbottirsi di barbiturici e sedativi. E l’amore non è servito a nulla. Perché l’amore non è un oceano, ma una goccia che improvvisamente ti cade sul naso. Era stufo di questa valanga di baci, dichiarazioni, urli e sentimenti destinati all’immagine costruita dai direttori marketing. Non avrebbe mai piu’ potuto essere se stesso senza il rischio di sentirsi nudo. Il successo inchioda alla propria maschera. Povero re, che non poteva confessare al suo popolo di essere come loro.-
-Aveva tutto.-
-La tua definizione di “tutto” è singolare perché presuppone la mancanza di qualcosa. Se hai tutto perché sei ricco, bello, potente e famoso. In realtà è un “tutto” decapitato dei sogni, aspirazioni, frustrazioni, e sconfitte.-
-Bisogna sapersi accontentare.-
-Sai qual è l’amore che rende felice?-
-L’amore non rende felici, fa solo assaggiare momenti di felicità.-
-Peccato tu non abbia mai incontrato qualcuna che sia impazzita per le tue sconfitte. L’amore vero è l’amore per la parte di te che non c’è la fatta. Che sta ancora lottando. E’ l’amore che abbraccia i tuoi pianti e la tua disperazione. E l’amore per i sogni che non si realizzeranno. Mai.
-Tu ami le mie sconfitte?-
-Io sono affascinata dalla tua pigrizia. Da tutte le cose che fai e non riesci a trasformare in successo. Mi piace la tua incapacità di realizzarti. E se un giorno ce l’avresti fatta tu non avresti mai dimenticato che ho baciato le labbra della tua precarietà.-
-Ce la posso ancora fare.-
-Voglio entrare.-
Un entrata maestosa. Una moquette bianca alta dieci centimetri, un salone con cinque televisori, un pianoforte, poi un lungo corridoio pieno di trofei. Dischi di platino a decine. Non si puo’ salire al piano di sopra. La camera da letto è vietata ai turisti. Proseguiamo. Il giardino. La piscina. Una scuderia. E poi una tomba. La tomba di Elvis Presley. Sul volto di Zoe una lacrima. La vedo passare la sua mano velocemente sul volto. Si è asciugata quel segno di commozione.
-Te lo avevo detto. Questo non è un sogno. Questa è la realtà.-
-Non sapevo che avevi un debole per Lui.-
-Non sai tante cose.-
-Come si fa a commuoversi per una persona che non si conosce. A meno che non ci commuova di fronte al mito.-
-Forse lo conoscevo.-
-Elvis è morto che tu dovevi ancora nascere.-
-Il punto è che Elvis e morto. La mia nascita in questo caso non conta.-
-Ci sono milioni di persone che soffrono in questo momento, in tutto il mondo. Bambini che non hanno da mangiare, persone malate, povere, che non sanno come arrivare a domani. Eppure ci si commuove di fronte alla tomba del “Re”. Siamo vittime di un condizionamento mentale. Non ho mai visto nessuno piangere di fronte alla tomba del milite ignoto. Ma l’essere ignoti forse presuppone non l’essere mai esistiti.-
-Stai zitto.-
-Non ti devi arrabbiare.-
-E tu devi smetterla di dire stronzate.-
-Ma…-
Zoe mi afferra la mano, ma è una stretta nervosa, cattiva, mi trascina sotto l’ombra di un albero secolare. Poi mi guarda fisso negli occhi. Il suo sguardo è freddo come l’acciaio, uno sguardo cosi’ privo di emozioni che sembra contenerle tutte, le emozioni, un attimo prima di vederle esplodere. E mi sto chiedendo cosa accade quando i sentimenti esplodono.
-Voi uomini avete sempre un alibi. Sapete sempre come giustificare ogni cosa. Pensate dovuta la felicità, e un’ingiustizia l’infelicità. Sapete dare un tono eroico alla sconfitta, un sapore mistico alla malinconia. Trasformate l’ignoranza in resistenza ai condizionamenti mentali, la paura è spirito di sopravvivenza, l’incoscienza è coraggio. Basta andare a capo prima del dovuto per trasformare un idiozia in poesia. Una moneta regalata al semaforo puo’ servire a riempire quel vuoto di solidarietà. Vi inventate delle guerre senza nemici per definirvi eroi. Sapete perfettamente come fare a uscire vincitori da qualsiasi disfatta, la vostra arma è l’incomprensione subita, che presuppone la vostra comprensione di tutto. E poi di fronte alla morte vi nascondete, pensando che la morte non sappia quale sia il vostro nascondiglio. In fondo la morte di chiunque, del vostro amico, di vostro padre, di vostra madre vi crea il doppio dolore della doppia ingiustizia. Vi hanno portato via qualcuno, è il segno inequivocabile che un giorno porteranno via anche voi. Ed allora cosa fate. Smitizzate, fuggite, vi cagate sotto, fate finta di niente, dite che non riuscite a crederci. Di fronte al dolore vi concentrate sull’esistenza di un dolore maggiore, ma lontano, un dolore che urla ma cosi’ distante che per quanto urli sapete che non arriverà mai alle vostre orecchie. A me non me ne frega nulla del cantante Elvis, io sono di fronte all’uomo che non c’è piu’. E di fronte ad un bicchiere vuoto non riesco a riflettere sull’acqua, il vino, o lo champagne che lo riempiva. Io odio essere quella che sono, non per quello che accadrà, ma per quello che vedo accadere un attimo prima che tutto accada.-
-Cosa vuol dire?-
Zoe si gira. Toglie i suoi occhi dai miei con un gesto cosi’ involontario da sembrare un riflesso naturale a qualcosa che è stato detto o ascoltato.
Poi si rigira, non avevo mai visto il volto di Zoe cosi’, cosi’…senza vita.
Un volto che sembra non aver piu’ voglia di esprimere nulla. Come se l’anima lo avesse abbandonato, come se il passato se ne fosse andato, come se quel volto non esistesse se non nella mia immaginazione. E la mia immaginazione non era piu’ in grado di immaginare.
-COSA VUOL DIRE?-
-Vuol dire che i fiori in questo giardino hanno un profumo meraviglioso. Lo stesso profumo di trenta anni fa.-
-Lo stesso profumo? Erano gli stessi fiori probabilmente.-
-Non erano gli stessi fiori. Di sicuro. Solo il profumo non è cambiato.-
-Perché ti sei incazzata?-
-Perché non riesco a dare per scontate cose scontate. Ad esempio tu sei un uomo, e non so perché continuo ad aspettarmi dagli uomini cose che gli uomini non faranno o diranno mai.-
-E tu sei una donna. Non mi aspetto di vederti volare.-
-Ma potrei.-
-Certo.-
-Puoi non credermi ma potrei volare con la stessa facilità con cui tu cammini.-
-Fallo.-
-No.-
-Perché non puoi.-
-Perché non faccio mai qualcosa per dimostrare a qualcun altro che sono in grado di farla.-
-E’ un ottima scusa.-
-Ho una cosa per te.-
Zoe apre il suo zaino, tira fuori una chiave. E’ la chiave della stanza numero 12 dell’Amargosa Hotel, situato un chilometro a destra dopo l’uscita dalle Valle della Morte. E’ la chiave che mi dimenticai di restituire anni prima dopo aver passato in quella stanza la notte piu’ strana della mia vita. La chiave che persi qualche anno dopo durante uno dei miei mille traslochi. -Dove l’hai presa?-
-Dove l’hai persa.-
-Come fai ad averla tu.-
-Concentrati sul fatto che l’hai ritrovata.-
-Fammi vedere dentro il tuo zaino. Quante cose mie tieni li dentro?-
-Non ci provare.-
-Perché? Perché? Perché?-
-Non è piu’ il momento di porsi domande.-
-Io non smettero’ mai di farmi domande.-
-Allora chiediti perché ne hai accumulate cosi’ tante da riuscire persino a confondere le risposte. Smettila. Fermati. Stai tranquillo. Vieni con me.-
-Tu non sei.-
-Io non sono che cosa?-
-Tu non sei e basta.-
- D’accordo io non sono.-
-La tua saggezza è logorroica.-
-Il tuo costringermi a risponderti è paranoico.-
-Io voglio solo sapere…-
-Non c’è nulla in piu’ da sapere. Non c’è piu’ posto.-
-Non c’è piu’ tempo.-
-Posto, tempo, necessità e volontà.-
-Dammi la chiave.-
-Stanza numero 12.-
-E’ mia.-
-L’hai rubata.-
-Mi sono dimenticato di restituirla.-
-Bugiardo. L’hai rubata.-
-Forse. Non mi ricordo.-
-Cosa volevi portarti dietro?.-
-Non potresti capire.-
-Cosa volevi portarti dietro.-
-Sono fatti miei.-
-Cosa volevi portarti dietro.-
-La speranza che quel maledetto fantasma della camera numero 12 esistesse davvero.-
-La bambina bruciata viva che di notte qualcuno sente urlare e chiamare sua madre…fantasma triste di sicuro.-
-Ci sei stata in quella camera?-
-Si.-
-Tu l’hai sentita?-
-Cosa vuoi sentirti dire?-
-Dimmi che l’hai sentita.-
-L’ho sentita. Ora che ho detto cio’ che volevi sentirti dire e giusto che tu sappia che non è vero. Non ho sentito il pianto di nessuna bambina.-
-Ci possiamo andare.-
-Vuoi riprovare?-
-Voglio andarci.-
-E’ la tua vita. Puoi andare dove vuoi.-