Arrivato alla Death Valley Junction voltiamo a destra.
Un chilometro di strada ed appare sul lato della strada un Opera House.
Un teatro in un luogo dove non esiste pubblico, mi fa pensare al respiro dove
non esiste vita. Ma le contraddizioni sono la prova della realtà. Per
questo respiro a fondo l’aria calda del mattino e mi sembra di essere
vivo. Che stupido. Mi sembra di essere vivo…
Ma io sono vivo.
Zoe si è seduta su una delle panchine che stanno sotto il portico che
circonda l’entrata dell’Amargosa Hotel.
E’ un luogo magico, anche se la parola magico non si è mai impadronita
di una definizione esatta e a prova di scettico. Entriamo. Due anziane signore
ci passano la chiave numero 12. La stanza in fondo al corridoio sulla destra.
Il corridoio è sorvegliato dalle faccie di strani personaggi dipinti
sul muro. E’ uno di quei posti che si alleano con il buio per farti
paura. Uno di quei posti che puoi raccontare agli amici. Uno di quei posti
che non dimentichi e se devi spiegare il perché fai fatica a trovare
le parole.
Il portico dell’Amargosa Hotel-Ecco la camera numero 12.-
-Apro io.-
-Come vuoi.-
-Hanno cambiato la posizione dei letti. L’ultima volta che ci sono stato
erano appoggiati contro quel muro.-
-Sicuro?-
-Certo. Hanno cambiato la posizione dei letti. Quando ho dormito qui erano
li’.-
-E non ci sei mai piu’ tornato?-
-Si, una volta.-
-E sei entrato in questa stanza?-
-Si, ma solo per vederla.-
-Ed i letti come erano messi.-
-Come adesso. Te l’ho detto hanno cambiato la loro posizione. Ed ora
li rimettiamo come erano.-
-Come adesso. Era il tuo ultimo ricordo di questo posto, vero?-
-Si.-
Zoe tira un sospiro di sollievo ingiustificato. Io comincio a spostare i letti
mettendoli di nuovo sotto le due finestre che danno verso Ovest. Zoe va in
bagno. Io la guardo entrare. Aspetto di sentire il rumore dell’acqua
della doccia. Invece nulla. Zoe esce dal bagno. Ha un asciugamano legato all’altezza
del seno. La copre fino alle ginocchia. I capelli bagnati.
-Hai fatto la doccia?-
-Non lo vedi?-
-Non ho sentito il rumore dell’acqua.-
-Ne veniva giu’ un goccio alla volta.-
-Siamo nel mezzo del nulla. Nel buco del culo del mondo. Sono le sette di
sera e credo dovremo restare in camera fino a domani mattina.-
-Siamo a pochi chilometri dal confine con il Nevada.-
-E allora?-
-Vuol dire che siamo a pochi chilometri dal primo casinò. Ma non c’è
problema. Se vuoi rimaniamo in camera.-
-Vuoi andare a giocare?-
-Tu?-
-Io no.-
-Allora restiamo qui. E’ stata una delle notti indimenticabili della
tua vita.-
-Si, esattamente qua, piu’ di vent’anni fa. Ed ora è tutto
uguale ad allora.-
-Tranne me.-
-Mi mancavi. Quella notte mi mancavi, e non sapevo nemmeno chi eri.-
-Ti sei mai chiesto perché quando dormi il tempo passa cosi’
in fretta? Hai mai pensato che in quell’attimo di sonno dall’altra
parte del mondo persone vivono una giornata intera?-
-Si. E mi sento in colpa per come i miei sogni facciano passare in fretta
la loro realtà.-
-La lunghezza variabile del tempo.-
“Non sono mai andato a dormire prima di mezzanotte. E quel giorno entrai
in quella stanza che erano le sette di sera, mi sdraiai sul letto e mi addormentai
di colpo. Mi svegliai il giorno dopo all’alba e quando mi guardai allo
specchio vidi che la mia faccia era piu’ stravolta del solito. Sapevo
di avere sognato qualcosa di strano, ma non riuscivo a ricordarmi che cosa.
Poi dopo le due vecchiette della reception mi raccontarono la storia della
fantasma bambina. E diedi a Lei la colpa del mio sonno improvviso e del mio
sogno dimenticato.-
-Hai bisogno di credere a tutto cio’ che ti dicono.-
-Mi viene naturale.-
-E non pensi alle conseguenze.-
-Solo nel momento in cui le conseguenze si avverano.-
-Come mori’ quella bambina?-
-In un incendio.-
-E ti hanno raccontato come avvenne quell’incendio?-
-No.-
-Comunque sia accaduto io mi sento al sicuro.-
-Non ci credi al fantasma.-
-Non mi interessa.-
-Perché?-
-I fantasmi non esistono.-
-Come fai ad esserne cosi’ sicura.-
-I fantasmi erano esseri umani?-
-Si.-
-E si dice che ogni tanto si manifestino.-
-Esatto.-
-Ogni tanto.-
-Quando vogliono loro.-
-Gli esseri umani possono anche perdere il loro corpo ma non potrebbero mai
perdere il gusto dell’esibizionismo nella loro posizione privilegiata
di fantasmi.-
-Quindi dovrebbero vagare in giro per il mondo spaventando tutti quelli che
capitano a tiro.-
-Credimi. Se esistessero lo farebbero.-
-Ma ci vuole una certa sensibilità per vederli.-
-Ci vuole sensibilità anche per immaginarli.-
-Stanotte vedremo.-
-Tu aspetti il pianto della bambina.-
-Perché no?-
-Sono pronta a cambiare idea. E tu se sentissi quel pianto cosa penseresti.-
-Sarei piu’ tranquillo riguardo al mio futuro.-
-Diventare un fantasma potrebbe essere un compromesso accettabile con l’ipotesi
di una morte che vuol dire la fine di tutto.-
-Esatto.-
-Forse hai ragione.-
-Ragione in che cosa.-
-Forse i fantasmi esistono. Solo che io me li immaginavo diversamente.-
-Come li immaginavi.-
-Come la scintilla di un corto circuito.-
-Dormi con me?-
-Ci sono due letti da una piazza.-
-Staremo piu’ comodi uno accanto all’altra.-
-Stai pensando a quello che potrebbe accadere?-
-L’arrivo del fantasma?-
-No. Stai pensando a quello che potrebbe accadere tra me e te?-
-Cosa potrebbe accadere?-
-Fare l’amore.-
-Io non ho detto nulla, non ho chiesto nulla. Solo di dormire assieme.-
-Va bene. Dormiamo insieme.-
Zoe entra di nuovo in bagno. Ne esce con un paio di mutandine bianche, sul
retro delle mutandine c’è stampato un diavoletto rosso che tiene
tra le mani un forcone. Sopra ha la sua solita shirt bianca. Io sono già
a letto, sotto le coperte. Lei si avvicina. Si sdraia accanto a me, sento
il calore del suo corpo scaldare il mio. Le sfioro un piede con il piede.
Poi blocco ogni movimento perché il mio ginocchio si è appoggiato
contro la sua gamba. Aspetto che sia Lei a spostarla. Ma anche la sua gamba
rimane immobile. Mi da la schiena. Io mi appoggio contro di Lei. La mia mano
scivola sotto la sua maglietta, si appoggia sul suo seno. Lei non si muove.
-Buonanotte.-
-Buonanotte.-
Spengo la luce. Incapace di spostare la mia mano, ed incapace di fare qualsiasi
altra cosa.
-Tu odi essere rifiutato.-
-E’ cosi’ facile capirlo?-
-Si.-
-E se io ci provassi tu mi diresti di no.-
-Preferirei non essere costretta a dire nulla. Spegni la luce.-
-Se stanotte sento qualcosa ti sveglio.-
-Va bene.-
-Buonanotte.-
-Buonanotte.-
Come si fa a dormire con accanto Zoe. Sono sveglio. Con gli occhi fissi sul
soffitto, cercando di seguire il movimento delle pale del ventilatore. Lei
dorme. Io mi alzo, lentamente, cercando di non svegliarla. Trovo un foglio
di carta dentro il cassetto di un vecchio tavolo su cui è appoggiato
un vecchio televisore. Lo prendo. Scrivo senza pensare. Senza sapere cosa
scrivo, collegando i miei pensieri con una parte di me sconosciuta che sembra
appartenere a qualcun altro che non sono io.
Alba nella Death Valley
-Buongiorno.-
-Sei sveglio?-
-Da molto tempo.-
-Allora?-
-Cosa?-
-Hai sentito il pianto della bambina?-
-No.-
-Ne ero sicura.-
-Perché?-
-Sei troppo onesto, o ingenuo, per riuscire a modificare i tuoi ricordi.-
-Ho male al collo.-
-Senti questa musica?-
-Si.-
-John Coltrane. Angel eyes.-
-E’ meravigliosa.-
-Meglio del pianto di una bambina.-
-Credo di si.-
-Oggi il fantasma ha deciso di manifestarsi in musica.-
-Sarà la vecchietta che ama il jazz.-
-Non credo.-
Mi alzo, mi rivesto. Zoe è pronta in un minuto. Prima di uscire passiamo
dalla reception. La musica di John Coltrane ci segue. Chiedo alla vecchietta
se è Lei a scegliere la musica. Lei alza lo sguardo, sorride, mi mostra
un vecchio disco di musica barocca. Lo stesso che sta girando sul piatto di
un vecchio giradischi.
-Ma non era John Coltrane?-
-Si. Ne sono sicura.-
-Ma la vecchietta ha sul giradischi un vecchio disco di musica barocca.-
-Davvero?-
-Ma non è possibile.
-Angel eyes mi sembra un pezzo perfetto per un fantasma che vuol richiamare
la sua attenzione in un modo piu’ poetico.-
-Sarebbe bello.-
-Se fosse vero.-
-Sarebbe veramente bello.-
-Ma è vero. L’hai sentito con le tue orecchie.-
-La cosa che odio di piu’ della morte è che mi toglierebbe la
possibilità di ascoltare la musica.-
-Evidentemente non è cosi’.-
Esiste un momento sospeso nel vuoto, un attimo di tempo che cammina sul filo
come un equilibrista ubriaco. Esiste un attimo in cui la coscienza si arroga
il diritto dell’eterno. Come se un illuminazione improvvisa ci mostrasse
il perché di tutte le cose. Un equazione matematica che dimostri in
maniera indiscutibile che l’anima è un centro di energia capace
di resistere al tempo e allo spazio. Spunterebbe un sorriso, simbolo di rilassamento,
finalmente poter godersi in pace questo soffio di vita. Zoe vuole qualcosa
da me, ne sono sicuro. Non so cosa. Non lo riesco a capire. E’ sempre
qui vicino a me, con una presenza silenziosa capace di assordare. Pensavo
di essermi innamorato di lei, forse non è amore, forse è qualcosa
di piu’. Forse è la consapevolezza che ho aspettato Godot e Godot
è arrivato. Mi arrogo il diritto dell’unicità. Sono come
la base dell’albero che è capace di vedere solo lo svilupparsi
del suo tronco, incurante della foresta che mi circonda. Ho ascoltato troppe
leggende, favole e commedie, drammi e tragedie. Non credo piu’ a nulla,
tantomeno nell’esistenza di storie umane eccezionali. Guardandomi indietro
vedo una moltitudine di banalità, una specie di giardino pieno di rose
incapaci di distinguersi una dall’altra. Milioni di rose in continua
ricerca d’identità. E poi al mio fianco, improvvisamente, un
girasole. L’unico girasole di tutto il giardino. Una macchia bianca
e gialla tra il rosso e il verde, nulla di speciale se non fosse che non si
puo’ fare a meno di notare la sua capacità di seguire con lo
sguardo il sole. Come per dire al sole: “Preferisco guardarti che credere
che tu sia come non sei.”
Il girasole mi si avvicina alle spalle. Sento il suo respiro che a volte assomiglia
al sussurro del legno che brucia.
-Quando hai scritto questa cosa?-
-Cosa?-
-Questo biglietto.-
-Fammi vedere.-
-Guardalo.-
-Io non ho mai scritto questa cosa.-
-Ma è la tua calligrafia.-
-Si, ma…-
-Allora è tuo.-
-Si. Forse. Dove l’hai trovato.-
-Sul tavolo.-
-Fammi leggere.-
Tutti ci siamo chiesti almeno una volta nella nostra vita il perché.
Il perché di noi stessi.
Abbiamo guardato i nostri occhi in uno specchio e siamo rimasti qualche attimo
perplessi su chi fosse quella persona che ci stava guardando.
Lui che sono io, lui che sembra giudicarmi, chiedersi il perché di
quello sguardo, rimproverarmi per gli errori fatti, ma poi perdonarmi con
uno sguardo di tenerezza che solo noi sappiamo rivolgere a noi stessi.
Perché non c’è dubbio ne possibilità di errore
nel sostenere che la fine rappresenti un mistero che assomiglia ad una gabbia
dalla quale è impossibile scappare.
Finisce tutto.
L’amore, il giorno, il viaggio, le discussioni, i film, i libri, l’università,
il natale, il campionato del mondo di calcio, la festa dei diciotto anni e
il primo bacio.
E finisce piu’ velocemente in rapporto con l’aspettativa che l’evento
aveva suscitato.
Cercando di fare una proporzione approssimativa l’attesa di un ora dura
il doppio dell’avvenimento atteso che durerà un ora.
Conosco dell’uomo il suo instancabile istinto di sopravvivenza, il suo
istinto al benessere, e non sono ancora riuscito a spiegarmi perché
non abbia imparato ad allungare la sua percezione soggettiva del tempo in
situazioni piacevoli.
La risposta è, forse, nel sadismo di Dio che preferisce guardarci annaspare
nei nostri affanni anziché vederci sguazzare nella nostra gioia.
Ma poiché Dio esiste in virtu’ della nostra consapevolezza di
lui, non resta che arrendersi di fronte all’evidenza che siamo stati
noi a creare il nostro boia, noi ad armarlo di ascia, noi a porre la testa
sul legno.
Ed avverto che anche questo viaggio è volato via, Zoe si sta guardando
allo specchio, il sole dell’alba filtra dalle tende, sembra un giorno
qualunque, sembra.
In realtà non esiste un motivo per cui questo giorno sia cominciato
qui, non esiste un motivo per cui mi trovi in questo luogo, e non esiste ragione
per cui io sia arrivato in questa stanza senza percorrere nessuna strada.
Chi è Zoe?
Credo lei sappia le risposte a tutte le mie domande.
Credo lei sappia tutte le risposte che tutti gli uomini hanno dato ai loro
interrogativi.
Porta dentro di se il segreto di una vita che sembra non avere mai avuto inizio
e non avrà mai fine.
Non ha mai fretta, non si affatica mai a correre, e non cerca di afferrare
i momenti come chi ha la sensazione che certi momenti non torneranno piu’.
La amo?
Credo di si.
Perché la amo?
La amo perché ha trasformato la mia stanchezza in energia.
Ma soprattutto la amo perché mi ha fatto vedere cose già viste
con occhi diversi, trasformando paesaggi, luoghi e storie in qualcosa di diverso
da quello che erano la prima volta.
Ma perché sempre nei soliti posti?
Perché questo viaggio nel già vissuto?
E come fa a sapere tante cose di me, avere i miei quaderni, percepire le mie
paure, anticipare i miei dubbi?
Avro’ la risposta.
Oggi.
Ma nel momento in cui si ha la risposta, nell’attimo in cui l’ultimo
dubbio crolla, cosa rimane della vita?
-Hai detto oggi.-
-Intendevo ora.-
-Cosa vuoi?-
-La verità.-
-La verità su di me?-
-Si.-
-Perché sono qua?-
-Si.-
-Non vuoi andare da qualche altra parte?-
-No.-
-Pensaci. C’è un altro posto in cui vorresti che ti portassi?-
-Non c’è nessun’altro posto in cui vorrei andare.-
-Fammi una domanda.-
-Chi sei?-
-So, ne sono sicura, che sono una donna che vorresti amare.-
-Forse.-
-So che vorresti fare l’amore con me.-
-E’ vero.-
-So che non ti sei ancora chiesto quali potrebbero essere le conseguenze.-
-Quali conseguenze?-
-Potresti capire…-
-Capire che cosa?-
-Che non hai mai fatto l’amore prima d’ora.-
-Ne sei sicura?-
-E’ solo un ipotesi.-
-In che cosa pensi di essere diversa da tutte le altre.-
-In nulla se non in un piccolo ed apparentemente insignificante dettaglio.-
-Quale dettaglio?-
-Scoprilo.-