Omologazione totale.
Mettete, vi prego, una targa sul culo delle donne di modo che siano riconoscibili una dall’altra.
Mi sono posto questo problema quando guardando nella mia agenda telefonica mi sono accorto di avere decine e decine di numeri di telefono di femmine che non so chi siano.
Non mi ricordo, o meglio, non si fanno ricordare.
Nessuna che abbia lasciato una traccia, un profumo, o meglio una parola, che abbia la facoltà di distinguerla da tutte le altre.
Hanno, a dire il vero, tutte grandi storie da raccontare, ma sono sempre storie di sfighe apocalittiche, amori sbagliati, promesse non mantenute, figli desiderati, mariti introvabili e cose di questo genere.
Un minestrone di commiserazione, come se la solitudine fosse la loro condanna, poi le chiedi “Ci vediamo stasera?” e loro ti rimandano alla prossima settimana perché in questa le serate sono tutte occupate.
Tu ti metti in fila, ti armi di pazienza, un giorno ci esci, le scopi.
Poi pensi: “Ma come, mi ha fatto aspettare tanto tempo per raccontarmi le stesse stronzate e per scoparmi come tutte le altre.”
Inevitabilmente la mandi affanculo.
Eppure vorresti farti una bella storia, una di quelle romantiche, strappasorrisi, di quelle che creano prospettive luminose, vorresti ma per farlo dovresti accontentarti.
E chi accontenta, in amore, non gode mai.
Anni fa, quando avevo diciotto anni, l’amore si nutriva di cose semplici, minimaliste.
Era un concerto da vedere insieme, un film da commentare in due, un viaggio da progettare, idee da mettere a confronto, ma soprattutto c’era il gusto di essere se stessi, lasciando da parte tutte le sovrastrutture mentali, le cosidette seghe mentali.
Il gioco era semplice, “mi piaci” era la parola chiave, poi non c’erano aspettative, non c’erano i “prolungamenti dell’uccello” a creare differenze fra simili.
Per farla breve non dovevi avere una bella macchina, o una bella casa, nemmeno un bel lavoro o una montagna di soldi, piacevi per quello che eri, per i tuoi progetti, i tuoi sogni i tuoi ideali.
Ora tutto questo è scomparso.



La sala da pranzo


La conobbi su una nave da crociera, ero il regista di uno spot pubblicitario commissionato dall’armatore.
Lei era una delle modelle che doveva fingere di divertirsi un sacco, di mangiare benissimo, e di trovarsi in un paradiso sull’oceano.
All’inizio se la doveva scopare un famoso giornalista ospite della nave.
Lui aveva molte piu’ chance di me, era famoso, bello e capace di dare prospettive dorate nel dorato mondo della televisione.
Aveva un solo difetto, non sapeva andare al sodo e beveva troppo.
All’una di notte sbronzo e annoiato ando’ a dormire.
Rimanemmo io e lei, svegli in questa nave attraccata al porto di Olbia.
Le proposi un giro sull’isola.
Prendemmo la macchina, la portai su un promontorio che dava su una baia illuminata dalla luna.
Quando una donna si fa portare su un promontorio che da su una baia illuminata dalla luna è certo che si vuole fare scopare.
Incominciai a leccarle la figa contorcendomi all’interno dell’auto.
Poi la scopai facendo passare il mio sguardo dalla sua schiena al mare pensando di essere in uno di quei film porno che hanno l’alibi di una traccia di sceneggiatura.
Tornammo sulla nave, scopammo di nuovo.
Il giorno dopo mi ritrovai pseudo-fidanzato.
La definizione di “pseudo-fidanzato” è perfetta perché si adatta a quel tipo di rapporto, sempre piu’ diffuso, dove il fidanzamento sembra un assunzione a tempo determinato.
Lei è il datore di lavoro e tu un operaio che deve concentrarsi per non commettere errori.
Pena la rescissione del contratto.
Tornammo a Milano, una sera la invitai a casa mia, a quei tempi le cose andavano bene, avevo una bella casa a Milano 2, un enorme salone, due camere da letto, due bagni, una cucina.
Era enorme per un single, troppo grande anche per una coppia.
Lei entro’, si guardo’ intorno, fece un giro della casa, poi torno’ in salone, si sedette sul divano, mi guardo’ e disse:
“In questa casa manca una sala da pranzo.”
La guardai stupefatto, le chiesi: “A che serve una sala da pranzo?”
“Per gli ospiti, le feste. Non puoi mica farli mangiare in salone.”
Quella notte scopammo ancora, mi resi conto che il verbo “scopare” non avrebbe mai lasciato il posto al verbo “fare all’amore”.
Quella stronzata della sala da pranzo divenne l’anedotto migliore per descriverla.
Era una donna opportunista che non faceva un cazzo, che si arrabattava tra un lavoretto e l’altro, una di quelle psudo-modelline patetiche a caccia della grande occasione.
E tra le grandi occasioni c’erano anche gli uomini.
La mandai a cagare ricordandomi di farmi vivo ogni tanto per il solo gusto di portarmela a letto.
Notavo che ogni volta la sua condizione psicologica peggiorava, piu’ il tempo passava, piu’ invecchiava, piu’ diventava complessata, stressata e psicolabile.
L’ultima volta che la vidi, circa un anno fa, la andai a prendere per il solo gusto di rivedere il suo bel culo.
Appena salita in macchina dice: “La mia vita è uno schifo, me ne voglio andare da Milano.”
Le rispondo: “Dovunque vai ti porterai dietro le tue sfighe.”
Lei mi guarda incazzata e dice: “Se cominci con la tua filosofia del cazzo mi riporti a casa.”
Fermo la macchina, apro la portiera, dico: “ A casa ci torni a piedi, esci dalla macchina e vattene affanculo per sempre.”
Ha il tempo di rimanere perplessa un attimo, poi il mio invito si fa piu’ insistente, lei apre la portiera ed esce.
Mai piu’ sentita.
Ho cancellato il suo numero di telefono da tutte le agende, chissa dove cazzo è finita e chissa chi starà stressando con le sue paranoie.
Tornando a noi
Storia emblematica, perché emblematiche sono diventate le pretese di una donna nei riguardi di un uomo.
Le donne, oggi, pretendono da un uomo cio’ che l’uomo pretende da se stesso.
Con una unica piccola differenza, l’uomo è consapevole delle difficoltà insite nel realizzare i suoi sogni, la donne di queste difficoltà se ne sbatte, anzi non fa nulle per renderle meno pesanti.
Mi spiego.
C’era una volta, decine e decine di anni fa, un tempo in cui le donne incontravano un uomo, se ne innamoravano, si sposavano ed insieme costruivano un futuro, insieme si davano una mano per realizzare un percorso di vita, insieme affrontavano difficoltà e problemi.
Oggi non è piu’ cosi’.
Oggi la donna sta sulla sponda del fiume, attende che il bel figo, ricco, realizzato, sistemato, passi e poi pretendono di pescarlo come un salmone rimbecillito che non vede l’ora di finire sulla tavola della prima fighetta profumata.
Chiaro che il salmone si è fatto furbo.
Finge di abboccare all’amo, si fa una bella scopata e poi manda a cagare la pescatrice.
E’ meraviglioso poi soffermarsi sulla sorpresa della pescatrice quando guarda il suo amo privo dell’esca ed il pesce scorazzare di nuovo nel suo fiume dorato.
E’ cosi’.
Ho passato momenti di gloria e momenti di disperazione.
Nei momenti di gloria si scopava alla grande, c’era una fila di ragazze pronte a raccogliere le briciole di quella gloria, mai è accaduto che qualcuno si prendesse carico delle briciole della mia disperazione.

 

Un uccello si poso’ sulla rete

Il titolo di questo episodio è curioso ma è appropriato perché questa storia d’amore senza amore comincio’ proprio grazie ad un uccello, organo genitale maschile, che improvvisamente apparve su Internet.
L’uccello apparteneva al fidanzato di Lucia che dopo cinque anni di fidanzamento si stufo’ e decise di darsi qualche emozione con un annuncio su un sito porno che diceva piu’ o meno cosi:
Cerco coppie vogliose
Desiderose di provare
Il mio uccello reale
Prometto soddisfazione e riservatezza.

Lucia scopri l’annuncio con relativa foto del fidanzato sbiotto una mattina di Giugno.
Credo ci rimase di merda, ma la mia sfiga era quella di avere cominciato con lei una sessione infinita di chat.
Io stavo a Los Angeles lei in un paesino sfigato della ValBrembana.
Naturalmente io non sapevo ancora nulla di questa sua scoperta.
Stavamo ore a scriverci stronzate, il mio obiettivo era quello di imbarcarla su un aereo e farla arrivare a Los Angeles.
Non ero pazzo, avevo scoperto un sito che parlava di lei, cercava di scrivere testi per canzoni ed erano testi carini, che sembravano nascondere una certa sensibilità e poi c’era una sua foto e la trovai bellissima.
Trascinato da queste ore di chat mi imbarcai in un sogno d’amore che ad una mente lucida doveva apparire patetico, ma per me che c’ero dentro fino al collo, appariva romantico almeno al pari della sceneggiatura di Nothing Hill.
Dopo un mese di corteggiamento virtuale lei decide di venire da me.
Naturalmente io pagai il biglietto aereo, un salasso, le promisi che non avrebbe tirato fuori una lira per tutta la durata del suo soggiorno Californiano, organizzai un on-the-road per tutto il west.
Ricordo perfettamente che quando decise di partire me lo disse come se si trattasse di una concessione che la sua meravigliosa persona concedeva a un povero coglione emigrato.
Nessun ringraziamento per il dettaglio minimo che questa sua decisione mi sarebbe costata piu’ di dieci milioni di lire.
A questo punto è bene soffermarsi su un aforisma improvvisato per l’occasione:
Piu’ una figa è capace di farsi desiderare piu’ il desiderio ha poteri di rincoglionimento sull’uomo che la desidera.
Prese l’aereo, ed era il primo aereo della sua vita, io andai all’aereoporto tre ore prima del suo arrivo, e per onor del vero, quelle tre ore di attesa furono meravigliose.
Arrivo’, la riconobbi subito, era meravigliosa.
Sali’ sulla mia Camaro SS, macchina cabrio meravigliosa, comprata per mia libidine, ma che in quel momento pensai diventase anche la sua libidine. (Soliti pensieri stupidi da uomo.)
Lei invece la guardò come se nulla fosse, si trovava in California in una giornata di sole, con l’oceano sulla sua sinistra e palme sulla destra, eppure era come se nulla fosse.
“Si deve ambientare.” Pensai.
Da tipico uomo coglione in posa da pavone la portai a Beverly Hills, il mio tentativo era quello di mostrargli il meglio di questo nuovo mondo.
Volevo semplicemente fosse felice di trovarsi li’.
Invece di fronte al Beverly Hills Hotel promuncio’ una frase che avrebbe dovuro mettermi in guardia:
“Il mio ex aveva un grande uccello.”
Punto.
Ho scritto punto, perché la frase comincio’ e fini’ li, senza nessun riferimento apparente alla realtà dell’attimo presente.
Insomma che c’entrava l’uccello del suo ex con Beverly Hills, con le Ville delle Star, con lo splendido tramonto che era di fronte a noi.
Non c’entrava nulla.
Ma l’avvertimento era partito: l’uccello dell’ex era “grande”, quell’uccello che non sapevo ancora essere a disposizione di mouse.
Feci finta di nulla. La portai a mangiare nel piu’ bel ristorante di Sunset Plaza, poi andammo a casa e secondo tradizione la scopai dopo aver dovuto superare qualche sua resistenza da copione.
Durante quei primi giorni a Los Angeles riceveva strane telefonate che la portavano ad isolarsi in bagno o sul terrazzo.
Stava parecchi minuti a parlare, poi riappariva e diceva: “E’ una mia amica in crisi.”
Io, coglione, le credevo, o meglio volevo crederle.
Stavo innamorandomi, ed era come se avessi deciso di buttarmi dall’ultimo piano di un grattacielo senza paracadute.
Non sapevo nulla di lei, chi cazzo era Lucia?, chi le telefonava di continuo?, perché aveva sempre questo atteggiamento arrogante, perché la California le scivolava addosso senza suscitarle nessuna curiosità.
Partimmo per il nostro on-the-road.
Los Angeles, San Francisco, Yosemithe Park, Valle della Morte, las Vegas, Grand Canyon, Monument Valley il tutto come si trovasse sempre nella sua Val Brembana. Cercavo di farle notare la bellezza e la follia di quei luoghi che io amavo.
Per far capire come reagiva mi basta pensare a cio’ che mi disse di fronte al Grand Canyon: “E’ solo un buco.”
Chiunque a questo punto si sarebbe svegliato, un chiunque lucido, io ero completamente anestetizzato dalla voglia di essere amato da una stronza.
Una notte eravamo nella città fantasma di Jerome in Arizona, andammo in una birreria, si scolo’ tre martini, era ubriaca, si avvicino una specie di cowboy panzone, comincio’ a romperle i coglioni, lei gli diede corda, ad un certo punto mi ritrovai a mandarmi affanculo con questa specie di sceriffo sovrappeso, presi di forza Lucia e la portai in albergo.
Scopammo e sembro’ godere piu’ delle altre volte.
Mi disse: “Mi piace quando mi scopi da incazzato.”
In quel momento quella frase fece del bene alla mia autostima ma lucidamente avrei dovuto capire che per farla godere sempre di piu’ avrei dovuto sopportare sempre nuove incazzature.
Comunque la situazione era veramente drammatica, nel mezzo della notte decidemmo di lasciare l’albergo, ci ritrovammo in una strada buia senza sapere minimamente in quale cazzo di posto eravamo finiti, dovendo definirlo su una carta geografica gli avrei dato il nome di buco del culo del mondo.
Dormimmo in auto, la mattina dopo lei aveva deciso di tornare in Italia.
Sembrava una decisione irremovibile.
Cercavo di apparire forte ma ero disperato.
Sembra un controsenso ma l’essere umano ha la tendenza ad innamorarsi dei suoi carnefici, credo che cio’ sia dovuto al desiderio inconscio di essere accettati proprio da chi ci umilia.
Poi accadde un qualcosa che cambio’ radicalmente la situazione.
L’auto aveva problemi al motore, scesi, apri il cofano anteriore dell’auto, lo fissai male e mi cadde in testa, mi feci un taglio all’altezza della tempia, cominciai a perdere molto sangue.
Il tutto accadeva in quel luogo chiamato buco del culo del mondo.
Presi un fazzoletto per arginare l’uscita del sangue, ed ecco che accadde un miracolo.
La stronza si trasformo’ in crocerossina.
Si prese cura della mia ferita, il suo sguardo divenne dolce e comprensivo, mi guardo mentre avevo una benda insanguinata che mi cingeva la testa e mi disse:rimango.
Ecco cosa dovevo fare per farla rimanere: spaccarmi la testa.
In quel momento ero felice, in relatà stavo solo prolungando l’agonia.
Le ferite guariscono, le stronze non cambiano.
Tornammo a Los Angeles, ripresero le sue strane telefonate fino a che la vacanza fini’.
Ero talmente cotto che decisi di mollare l’America per tornare in Italia. Per capire la follia di questa decisione vi dico che vivere a Los Angeles era stato il mio sogno fin dall’adolescenza, e c’ero riuscito affrontando tutti i problemi che comportava, tipo code all’ufficio immigrazione, trovare una casa, un auto, fare la patente americana, attaccare telefoni, satellite ecc…
Era lunedi’, avevamo deciso di tornare insieme il venerdi’ successivo, improvvisamente lei decise di partire il giorno dopo, Martedi’.
Se ne ando’, rimasi tre giorni in casa in completa solitudine sperando solo che quei giorni passassero in fretta e potessi rincontrarla.
Misi tutta la mia roba su un container, lascia casa, amici e sogni, tornai in Italia.
E scoprii la verità.
Ovvero tutto cio’ che non mi disse in quel mese americano.
Aveva una figlia di otto anni, il padre della figlia era scappato poco dopo la sua nascita.
Aveva un fidanzato che aveva scoperto su Internet con il suo bell’uccellone in prima vista, oltre a questo nel computer del fidanzato esibizionista aveva scoperto una serie di autoscatti in cui l’ometto si mostrava mentre si trombava la sua parrucchiera, la panettiera, la tabaccaia e la giornalaia del suo paesino.
Lucia non lavorava, sognava di diventare paroliera di canzoni, ma in realtà era disoccupata da sempre.
Queste rivelazioni mi lasciarono di merda, ma si sa l’amore trionfa sempre e decisi di continuare questa storia.
A complicare le cose arrivarono le telefonate minatorie dell’ex esibizionista che mi minacciava di morte quotidianamente.
Un giorno le dissi: “Se continua cosi’ lo denuncio.”
Lei mi rispose: “Se lo denunci torno con lui.”
Cominciai ad aprire gli occhi.
Ad un matrimonio in cui si ubriaco’ comincio’ a troieggiare con tutti gli invitati, presi atto che sotto effetto dell’alcool la ragazza diventava una gran zoccola.
Avevo un buon rapporto con suo figlio, ci divertivamo insieme, lei non sopportava che suo figlio mi volesse bene.
Una sera mi lascio da solo in un ristorante per un ora dopo essere uscita per parlare sempre con l’arrapato virtuale.
Il giorno dopo comprai un bloc notes e cominciai a prendere nota di tutte le stronzate che faceva o diceva.
Lasciarla era un impresa, mi ricordava i tentativi di smettere di fumare.
Sapevo che mi faceva male stare con lei, ma non riuscivo a smettere.
Scrissi per un mese, riempii il bloc notes, una mattina di gennaio ero nel suo paesino del cazzo, la prima ferrovia era a cinquanta chilometri.
Dovevo tornare a Milano, avrebbe dovuto accompagnarmi a prendere il treno.
La svegliai, mi disse: “Non ho voglia, vai a prendere la corriera, ci sentiamo dopo.”
Camminai fino alla corriera, la aspettai, salii, mi sedetti.
Appoggiai la testa contro il finestrino, guardavo il paesaggio scorrermi accanto, accanto a me sentivo le voci dei ragazzini che andavano a scuola, ripensai alla mia casa di Los Angeles.
Improvvisamente mi feci una domanda, come se finalmente mi accorgessi che esistevo, in quella storia non c’era solo lei, c’ero anch’io, mi chiesi:
Ma che cazzo ci faccio io su questa merda di autobus a quest’ora del mattino, in questa merda di posto?
Non c’era una risposta logica a quella domanda, guardai i miei occhi riflessi nel vetro, mi osservai per una buona mezz’ora cercando di rimettermi in contatto con me stesso.
Eravamo io ed io, uno di fronte all’altro, ci parlammo con la mente, io chiesi a me stesso perché mi stavo trascurando, io mi risposi: “Perché vuoi essere amato”, io dissi: “Ma lei non ti ama e non ti amerà mai” allora io risposi:”Hai ragione, e non ce la faccio piu’ a giustificarmi per ogni cosa, perché non mi accetta per quel che sono.”, io guardai io profondamente negli occhi cercando di entrare dentro quel riflesso, dissi:”l’amore, quello vero, non chiede giustificazioni, accetta cio’ che si è, non devi essere cio’ che gli altri si aspettano da te, devi essere te stesso, e se ti amano è perfetto, se non ti amano, si fottano.” Nei miei pensieri mi dissi: Guido ti amo, mi risposi: “Anch’io, Guido, ti amo, quindi, per favore, mandala affanculo per sempre quella stronza.”
Non la chiamai piu’.
Lei ogni tanto si rifaceva viva in piena notte dicendo che aveva sognato che morivo e voleva essere sicura che stavo bene.
“Sto bene, sto bene.” Dicevo assonnato ed intanto mi toccavo i coglioni.
Poi smise di chiamarmi ed io sopravvissi alla fine dell’ennesimo amore del cazzo.

Due anni dopo
Sono in una birreria. Tranquillo con alcuni amici. Suona il telefono. Una voce femminile mi dice: “Come stai?”
“Bene.” Dico io, non riconoscendo a chi appartenesse la voce.
“Ma non mi riconosci.” Dice la voce.
“No” Dico io.
“Sono Lucia, come fai a non riconoscermi, ho sognato di te ieri notte e ti ho chiamato, mi è anche venuta voglia di venirti a trovare.”
Mi tocco le istintivamente le palle,”Ah, ciao Lucia, guarda chi si risente, tutto a posto?”
“Si, sto bene.”
“Tua figlia come sta?”
“Bene, grazie. Tu dove abiti, e che fai?”
“Sto a Milano, ho un negozio di mutande.”
“Posso venirti a trovare?”
“Quando vuoi.”
“Allora vengo.”
“Ti aspetto.”
“Ciao.”
“Ciao.”
Metto giu’ il telefono. Sorrido. Voi penserete che avrei dovuto mandarla affanculo. E perché? Dico io. In fondo era anche una bella scopata, se viene me la ritrombo, l’amore per una donna è come il morbillo, una volta fatta la malattia e guariti non vi torna piu’. Siete al sicuro, anche in caso di contatti profondi.

P.S. Rileggendo mi sono accorto di non aver specificato perchè il fatto che uno stronzo avesse messo il suo uccello su internet mi porto' a subire questa cazzo di storia d'amore.
La risposta è semplice e si affida ad una mia visione amatoriale della psicologia.
La ragazza fin dall'inizio mi disse che glu uomini erano tutti porci, tutti uguali, nessuno escluso.
In questo modo proiettava su di me la sua rabbia per le megacorna subite.
Io ero la vittima sacrificale con cui ripulire la macchia del peccato che il suo ex esibizionista aveva prodotto con i suoi autoscatti.
Alla fine della storia quando si era ormai ai ferri corti Lucia disse che il suo ex era un maiale come tutti ma almeno non era un ipocrita perchè fece cio' che desiderava.
Insomma tutti i maschi vorrebbero piazzare un uccello su internet ma pochi ne hanno il coraggio.
Rivendico il mio totale disinteresse a rendere pubblica l'immagine di cio' che mi sta in mezzo alle gambe, forse è vero che gli uomini sono tutti i maiali, ma anche per i maiali vale cio' che vale per gli umani, cioè:
Ci sono maiali e maiali, ed io mi colloco tra i maiali che hanno ancora del rispetto per se stessi e gli altri.
Fate di me un salame, ma non taglierete a fette la mia anima, ma solo il mio intestino.