Il
sole stava tramontando lasciando sul lago chiazze immobili di arancione.
Il cielo sfumava dal rosa al blu.
Thomas amava quel bar. Amava il suo panorama.
Jeff era arrivato con mezz’ora di ritardo, lui aveva ingannato il tempo
giocando a poker con un videogioco portatile.
All’inizio veniva sbattuto fuori dal tavolo quasi subito, col tempo aveva
imparato a non rilanciare mai se non con ottime carte in mano.
Un videogioco era il suo maestro di pazienza, sorrise pensandoci.
“Hai dei pensieri?” Chiese Jeff.
“Stavo pensando se questi giocatori virtuali di poker possono conoscere
i miei bluff. Loro ci vivono dentro questo videogioco.”
“Forse. Forse vedono le tue carte e tu non lo saprai mai. Ma se vuoi continuare
a divertirti e’ meglio che tu creda che siano onesti.”
“Crederci. Jenny direbbe che sono uno stupido. Che crederci e’ una
coglionata.”
“Dipende in cosa credi.” Disse Jeff riempiendo la sua tazza di caffe’.
“Ti ricordi quando eravamo piccoli. Si credeva a tutto. E le cose a cui
si credeva avevano quella cosa in comune. Quel senso di giustizia. Babbo Natale
portava i regali ai piu’ buoni. I delinquenti venivano sempre catturati.
Gli angeli ti proteggevano dalle disgrazie. Nelle favole c’era sempre
quel finale…e vissero felici e contenti. Quando ho smesso di crederci?
Ci deve essere un momento in cui i sogni crollano, collassano su se stessi come
un castello di carte dopo che hai aperto la finestra. E dietro il castello appare
la realta’.”
Una cameriera con un viso d’angelo si avvicino’ al tavolo, chiese
se poteva portare via la tazza del caffe’. “Puo’ portare via
tutto, basta che rimani tu.” Rispose Jeff.
La ragazza sorrise, ripuli’ il tavolo di legno, e se ne ando’.
“La realta riserva meravigliose sorprese.” Disse Jeff.
Thomas annui’, ma i suoi pensieri erano altrove.
“Hai voglia di seguirmi fino a casa?”
“Hai paura di perdere la strada?”
“Voglio solo farti vedere una cosa.”
Aveva smesso di nevicare, lo spazzaneve aveva ripulito la strada lasciando ai
bordi un muro di bianco.
Dopo venti minuti di viaggio Thomas accosto’ , mise le quattro frecce.
Dietro di lui si fermo’ anche Jeff che scese nella macchina e sali’
su quella di Thomas.
“Che succede.” Jeff pensava a qualche problema meccanico.
“Ti ricordi quella casa?”
“Certo che me la ricordo, mi ricordo che un giorno venendo a casa tua
sulla macchina di tuo padre lui disse che ci abitava uno gnomo. E ora ogni volta
che ci passo davanti ci lancio un occhiata. Non si sa mai, magari lo vedo questo
gnomo.”
“Ancora adesso?.” Chiese stupito Thomas.
“Ancora adesso.”
“Allora non sono l’unico scemo”
“E’ un riflesso incondizionato. So benissimo che gli gnomi non esistono
ma quando passo qua davanti e’ come se tornassi indietro nel tempo.”
“Il tempo in cui si credeva….”
“Esatto. Quel tempo li’.”
“Jeff. Ieri c’era una luce accesa in quella casa.”
“Impossibile. In quella casa non c’è nemmeno l’energia
elettrica. E non ci vive nessuno da sempre. Non l’hanno nemmeno finita.
E poi ieri sera nevicava tantissimo, nessuno con quel tempo si sarebbe messo
in testa di esplorarla.”
“C’erano anche le tende tirate, legate con un nastro, o qualcosa
del genere.”
“Caro Thomas tu sei messo male. A volte uno crede di vedere delle cose
solo perche’ desidera vederle. O non le vede perche’ non vorrebbe
mai vederle.”
“Perche’ non ci siamo mai avvicinati alla casa?”
“Perche’ non vale la pena di correre il rischio di mettere la parola
fine a una bella favola.”
“Un giorno voglio trovare il coraggio di andarci.”
“Quando decidi me lo dici e io vengo con te. Ora io faccio inversione
e me ne torno a casa, domani si lavora.”
Jeff scese dalla macchina, diede un occhiata alla casa immersa nel buio.
“Lo gnomo sta dormendo.” Disse.
“Lasciamolo dormire.” Rispose sorridendo Thomas.