Io mi ricordo poco, quasi nulla. Ma alcune cose non le ho mai scordate.
Avevano appena inventato il walk-man. Circa venticinque anni fa. Salivo la montagna con lo skilift, avevo le cuffie ed ascoltavo una cassetta dei Pink Floyd. Era la prima volta che provavo la sensazione di avere la musica a portata di orecchie in una situazione di movimento. Pensai fosse una cosa meravigliosa. La possibilità di creare una solonna sonora perenne alla nostra vita. Tutto sembrava piu' bello, dalle montagne al cielo. Era come entrare in una dimensione di suoni e immagini coordinati. Ringrazio dio di avermi fatto nascere in un tempo di invenzioni, non mi abituero' mai alla tecnologia, alle possibilità che concede di interpretare la realtà.
C'era una sensazione di essere incapace di scendere a compromessi con me
stesso. Il desiderio di volersi imporre piu' per le proprie debolezze che
per i propri punti di forza. Un giorno dissi a Francesca che a volte avvertivo
la precarietà della vita come si avverte un volo di corvi attorno al
campanile.
Lei disse che non c'era nulla di precario nel volo dei corvi. Io le dissi
che era il campanile ad essere precario. Francesca guardo' da un altra parte
poi mi disse: "Dobbiamo passare tutta la sera a farci seghe mentali o
possiamo andare a letto e trombare?" Che grande Francesca! Donna pragmatica,
quello che ci voleva. Trombammo alla faccia dei corvi e del campanile. Se
ci pensate bene le seghe mentali non riflettono nulla della nostra vera personalità,
sono solo la maschera di cio' che vorremmo apparire.
Era il suo compleanno. Comprai una scatola grossa due metri per due, la riempii
di scatole piu' piccole che contenevano ogni genere di regali.
Semplici cose ma cercate con cura. Misi la scatola sul tetto dell'auto ed
andai a casa sua. Suonai, lei scese, quando vide la scatola sul tetto si mise
a piangere.
Disse: "Tu sei pazzo." Io le dissi: "Ma non sai nemmeno cosa
c'è dentro." Lei disse: "Non mi interessa cosa c'è
dentro, l'unica cosa importante è che una grande scatola puo' contenere
grandi cose, e se anche fosse vuota avremmo tutto il tempo per riempirla insieme."
La compagna di scuola nel primo banco alla quale regalai una bottiglietta della Coca Coca. Era un sistema per dirle che mi piaceva. La accetto’ e la guardai bere come se ogni sorso fosse un segno di accettazione del mio amore. Finita la Coca Cola mi ringrazio’, suono’ la campanella della fine della ricreazione, lei torno’ al suo banco, io al mio. Non era cominciato un amore, non era finito un amore, era un amore compiuto perché le era sparita la sete.
L’estate del 1977, in tre mesi presi otto centimetri e otto chili. Partii per la vacanza che ero una sega tornai che ero incazzato come un toro. Entrai in classe con la mia nuova stazza, i compagni mi guardarono sorpresi. Mi nominai capo di una specie di banda di teppistelli, facevamo dispetti piu’ o meno cattivi. Le gerarchie del comando vennero messe sottosopra, feci a botte, sputai in faccia, requisivo penne e astucci, cominciai a marinare la scuola fino all’inevitabile bocciatura. Mi incamminai a diventare uomo sulla strada della ribellione e dell’incazzatura. Forse per questo non diventai mai uomo ma rimasi sulla strada cercando la scorciatoia che allungava il viaggio.
Lei si chiamava Monica, era della mia stessa scuola. Mi piaceva. Per tre mesi la chiamai tutti i pomeriggi. Le facevo sempre la stessa domanda: “Ti vuoi mettere con me?” Lei per tre mesi rispose di no. Poi un pomeriggio improvvisamente cambio’ idea e disse di si. Ci demmo un appuntamento per il giorno dopo al terzo piano nell’intervallo tra la terza e la quarta ora. Nella prima ora non vedevo l’ora che il tempo passasse. Nella seconda ora cominciai a pensare che non avrei saputo come reagire, ed il tempo passava in fretta. Nella terza ora cominciai a cagarmi sotto. Che dovevo fare: baciarla. Ma io non avevo mai baciato nessuna. Finita la terza ora andai all’appuntamento, la vidi spuntare dalle scale, mi prese il panico e scappai. Feci di tutto per non incontrarla piu’, l’incognita di cosa volesse dire avere una ragazza mi metteva il panico. Meditai sul fatto che la desiderai a lungo e quando finalmente la trovai non sapevo come comportarmi. Giunsi alla conclusione che ogni desiderio ha un meccanismo, e che ogni meccanismo necessità di un minimo di conoscenza per essere messo in funzione.
Marta. 40 chilometri dalla mia casa in campagna. Andai da lei in motorino quando scappai da mio padre che mi cercava per avergli sfasciato la sua amata wolkswagen. Lei mi diede da bere e da mangiare. Poi dovevo tornare. Avevo paura. Chiesi asilo politico da un amico. Trattai con mio padre una resa condizionata. Non sarei uscito di casa per dieci giorni ma niente botte. Lui accettò. Tornai.
Una sera d’estate cercai di rubare un autobus al deposito comunale. Non riuscii a metterlo in moto. Mi incazzai un casino, feci tutta Corso Italia prendendo a calci le cabine telefoniche. Con un sottile piacere nel vedere i vetri andare in mille pezzi. Michele mi guardava, mi disse poi che sembravo un pazzo. Mi chiese perché l’avessi fatto. Non risposi, ma allora di sicuro conoscevo la risposta. Oggi non la ricordo piu’. Non rispondere facilitò la sua scomparsa.
Strano, non ricordo la prima volta che feci l’amore. Ma ricordo la prima volta che le toccai le tette. Credo sia un sintomo della mia passione per i particolari.
Io e Romy facemmo tutta Via XX settembre a capriole. In mezzo alla gente che ci guardava terrorizzata e stupita. Non era una scommessa era solo il tentativo di capire fino a che punto potevo abusare della mia libertà.
Rubai un assegno dal libretto di mia madre. Andai in un negozio di strumenti. Comprai di tutto. Dalla batteria alla chitarra, compreso il basso e l’amplificatore. Mettemmo su un gruppo. Non sapevo suonare ma avevo messo gli strumenti. Per questo mi sopportavano. Insomma non è detto che un leader deve per forza essere il miglior musicista, a volta gli basta mettere a disposizione gli strumenti.
Quando scappavo di casa dormivo sugli autobus, sui treni o sulle macchine che qualcuno aveva dimenticato aperte. Mi lavavo nei bagni pubblici. Giravo di notte senza paura con l’incoscienza di chi non ha nulla da perdere. Oggi non ne avrei piu’ il coraggio, ma se mi chiedete cosa avrei da perdere non saprei dare una risposta. Allora qual è la differenza?