Dimenticati
di Paolo De Marchi
Una pagina rimossa della nostra storia. Centinaia di cattolici, sacerdoti e
laici, uccisi dai partigiani comunisti nell’immediato dopoguerra. In odio
alla fede e alla Chiesa. I testimoni tacciono. I libri di testo nascondono la
verità. Viltà, paura o complicità?
Una delle accuse più squalificanti che possano essere rivolte a chi si
occupa di storia è senz’altro — nell’attuale temperie
culturale — quella di essere revisionista: che equivale quanto meno a
impudente falsario o a spericolato negatore di verità conclamate e di
tesi pacificamente ammesse dalla gente che conta. Uno storico vero dovrebbe
invece essere revisionista per definizione, perché il passato è
sempre suscettibile di una pluralità di letture, e la valutazione dei
fatti, per essere il più possibile serena, va sgombrata da pregiudizi
ideologici e luoghi comuni non verificati. Il revisionismo, insomma, dovrebbe
essere strumento ordinario di lavoro per uno storico, se non altro per evitare
il formarsi di miti e leggende che piano piano finiscono per sovrapporsi alla
verità dei fatti. Ora, una delle mitologie più solide, in Italia,
nell’ultimo cinquantennio è certamente quella che riguarda la Resistenza:
della quale è intoccabile la sacralità e incrollabile il giudizio
totalmente positivo, Il che spiega come, mentre molto si sa dei crimini commessi
dai nazisti (e che nessuno vuole naturalmente sminuire), manchino invece del
tutto studi approfonditi sui crimini commessi dai partigiani in alta Italia,
e soprattutto in Emilia Romagna, nel cosiddetto Triangolo della Morte. Eppure
anche un Giorgio Bocca, certo insospettabile di voler "gonfiare" le
cifre, calcola in 12-15.000 il numero dei "giustiziati" dai partigiani.
Diciamo subito che il termine "giustiziati" usato da Bocca non appare
esalto, perché fra gli uccisi ci sono certamente molti fascisti, ma ancor
di più ci sono persone eliminate per ragioni che con la politica avevano
poco o nulla a che tare (si pensi, per stare alla realtà, ai sette fratelli
Govoni - uno solo dei quali era qualificabile come fascista, e di cui l’ultima,
lda, ventenne, era madre di una bimba di pochi mesi - trucidati ad Argelato
l’11 maggio 1945, i cui corpi verranno trovati solo nel ‘51; oppure,
per passare alla poesia, che spesso interpreta i fatti in modo più efficace
della pura cronaca, al bellissimo racconto di Guareschi intitolato Due mani
benedette). Ma quello che qui ci interessa è sottolineare il fatto che
fra questi morti ammazzati elevatissimo è il numero di cattolici, uccisi
proprio in quanto cattolici, ossia perché incarnavano — agli occhi
sia dei nazisti sia dei partigiani comunisti —quella tragica figura del
"nemico oggettivo" di cui le rivoluzioni hanno assoluto bisogno per
sopravvivere.
Ebbene, di queste vittime restano dei nomi, delle date, e poco più. Perfino
Il secolo del martirio, il bel libro di Andrea Riccardi di cui si è già
parlato su queste pagine, nulla dice in proposito: e di questi veri martiri
della fede si rischia di perdere anche la memoria, se non ci si deciderà
a tentare, e presto, qualche ricerca approfondita. Eppure sono tanti: solo in
Emilia Romagna sono 92 i sacerdoti e seminaristi caduti per mano dei partigiani
e su L’Osservatore Romano del 1° novembre 1995 Luciano Bergonzoni
ne elenca i nomi, insieme a quelli di tanti altri, vittime della ferocia nazista.
Sempre nel ‘95, il card. Biffi ha promosso una serie di celebrazioni commemorative,
nelle parrocchie della diocesi di Bologna, dei sembravano socialmente sacerdoti
uccisi prima e avanzate ed erano soltanto dopo la Liberazione, affermando che
"questa impressionante serie di crimini dice che c’era a quel tempo
il piano di impadronirsi politicamente della nostra società attraverso
l’intimidazione della gente"; e proseguiva ribadendo il dovere del
ricordo e della riconoscenza nei confronti di chi ha sacrificato la vita per
ottenerci "il dono di un lungo periodo di prosperità e di pace",
sapendo "opporsi con fermezza ed efficacia al trionfo di ideologie che
sembravano socialmente avanzate ed erano soltanto cieche e disumane", e
preservandoci così "dalle tristi prove toccate a molte nazioni dell’Est
europeo". Non è questa la sede per un ricordo dettagliato di tanti
martiri, tra cui abbondano le figure nobili e luminose, e spesso i veri e propri
eroi.
Basterà menzionare il sacrificio di don Alfonso Reggiani, ucciso ad Amola
il 5 dicembre 1945, e di don Enrico Donati, di Lorenzatico, ucciso il 13 mezza
e ricordato espressamente dal card. Biffi, per arrivare al caso forse più
famoso di tutti, quello di don Umberto Pessina, trucidato a San Martino di Correggio
il 18 giugno 1946 (quindi sempre ben dopo il fatidico 25 aprile!): un delitto
che invano i comunisti hanno cercato di far passare per un incidente, come è
spiegato dallo storico Sandro Spreafico in un’intervista pubblicata su
Avvenire del 30 dicembre 1993 (una ricostruzione dell’omicidio, che portò
in carcere per dieci anni l’allora sindaco di Correggio Germano Nicolini,
pur innocente, è contenuta nello studio di Frediano Sessi, Nome di battaglia:
Diavolo, uscito da Marsilio nel 2000: cfr. sull’argomento M. Corradi su
Avvenire del 4 giugno 2000 e R. Festorazzi su Avvenire del 18 giugno 1996).
Tanti sacerdoti, dunque, ma anche tanti seminaristi e tanti laici, come il quindicenne
Rolando Rivi, ucciso a Reggio Emilia il 10 aprile 1945, in quanto "futuro
ragno nero", o il famoso Giuseppe Fanin, apostolo dell’idea cristiana
fra i braccianti e i contadini, ucciso a ventiquattro anni il 4 novembre 1948
vicino a Bologna, perché dava fastidio il suo impegno per tradurre in
pratica la dottrina sociale della Chiesa.
Un ultimo punto vorremmo ricordare: gli assassini di tanti innocenti —
colpevoli solo di essere cattolici — sono stati spesso individuati, ma
le condanne sono state pochissime, perché quasi sempre essi hanno trovato,
con la copertura e la connivenza del partito comunista, rifugio e ospitalità
oltre la cortina di ferro. E questo va tenuto presente soprattutto oggi, quando
quasi nessuno vuoi più ricordare il suo passato comunista, e addirittura
vuol farsi passare per liberale, ma allo stesso tempo rifiuta un serio esame
di coscienza. Ci piacerebbe insomma che anche altri, e non solo i cattolici,
scoprissero la grandezza e la dignità del chiedere perdono.
Tutto questo discorso è fatto qui — sia chiaro — non per
riaprire ferite o per vano spirito di polemica, ma allo scopo di mantenere viva
la memoria dei fatti e far risplendere la verità, che rischia altrimenti
di restare sepolta sotto gli slogan e il conformismo ideologizzato; e con la
speranza che la Storia — quella vera, e non quella manipolata dagli storici
non revisionisti o dai manuali scolastici — insegni a evitare gli orrori
del passato.