Sto correndo come un pazzo per esprimere qualcosa, ma cosa mai avrò nel cervello per dovere a tutti i costi esprimere, dire, qualcosa.
Al nulla che ascolta, al senza volto che giudica.

 

 

 

Un tempo ero una freccia, ho ucciso un guerriero, e non sono mai riuscito a convincermi che la colpa non era mia ma dell'arco che contro la mia volonta ha mirato al cuore del poveretto.

Chi c'era dietro l'arco?

Un tempo ero un sogno, vissuto nel tempo di una notte, tra i pensieri di un piccolo Cheyenne che non vedeva l'ora di svegliarsi per andare a nuotare nel fiume.

Un tempo sono stato tamburo, l'uomo mi entrava nell'anima battendomi il petto.

Un tempo, che è oggi, che è ancora, perso da qualche parte, laggiù dove lo sguardo vede se per caso si volta.

Qualcuno mi ha detto che ciò che è stato sarà per sempre, come se il tempo fosse il nastro di un registratore che una volta catturato il suono ti permette di riascoltarlo all'infinito.

L'ipotesi più credibile è che io continui ad essere qualcosa, domani sarò un bambino, e chi l'ha deciso si è dimenticato di dirmi che sarò anche uomo ed un vecchio.